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ANFORE


Le anfore da trasporto che si producevano, a partire dall’età repubblicana, nelle fornaci rinvenute nell’ager Brundisinus - già segnalate in una sezione particolare nel IX vol. del Corpus Inscriptionum Latinarum, pp. 613-615, sotto la denominazione di Amphorae Calabrae - sono oggetto negli ultimi decenni di studi articolati tesi a distinguere i vari centri di produzione, in connessione, ove possibile, con le varie tipologie e cronologie. I siti produttori individuati sono i seguenti: Apani e Giancola, lungo il litorale a nord di Brindisi, Marmorelle nell’entroterra e La Rosa nella zona portuale, alla periferia sud della città. Tutti questi siti presentano una conformazione ed una localizzazione geografica adatta all’impianto di officine per la produzione ceramica: vale a dire disponibilità in loco di cave di argilla, presenza di un corso d’acqua e di un facile approdo, vicinanza di un’arteria viaria.


Il sito di Apani
Anfore di produzione “aniniana”
Referenze bibliografiche


Il sito di Apani

Il sito di Apani rappresenta uno dei maggiori centri produttori di anfore brindisine individuati nell’agro di Brindisi e valorizzati in questi ultimi decenni. Il sito è dislocato lungo il litorale, pochi chilometri a nord della città, nei pressi del canale omonimo e sul percorso di un antico asse viario, che più tardi diventerà la via Traiana. Gli scavi condotti sul sito fra il 1964 e il 1971 hanno consentito di riportare alla luce le strutture relative a due impianti produttivi e di recuperare centinaia di reperti anforari fra cui alcuni contenitori interi, molti esemplari frammentari e un consistente numero di anse bollate.
Cfr. CIL IX 6079, pp. 612-613; Lyding Will 1962, pp. 647-651; Sciarra 1964, pp. 39-43; Sciarra 1972, pp. 29-34; Sciarra 1973, pp. 126-129; Cuomo Di Caprio 1978, pp. 423-428; Palazzo 1996, p. 54 nota 6.


Anfore di produzione “aniniana”

La produzione anforaria tipologicamente più antica fra quelle finora attestate ad Apani è legata al nome degli Aninii sulla base dell’alta percentuale di anse bollate che restituisce questo gentilizio. I bolli più attestati sono quelli con il nome di Caius Aninius, nelle varianti linguistiche greca e latina. Inferiore è il numero di esemplari che documentano Lucius Aninius, testimoniato solo in latino. La massiccia presenza degli Aninii nell’epigrafia anforaria brindisina non trova riscontro nell’epigrafia lapidaria locale dove il gentilizio non è finora documentato.
L’attribuzione agli Aninii della proprietà di almeno uno degli impianti produttivi di Apani si basa inoltre sull’attestazione del bollo ANINIANA, riconducibile assai verosimilmente alla figlina che dagli Aninii prende il nome. Il marchio è impresso su un centinaio di anse frammentarie sparse sul sito e su entrambi i manici di un contenitore intero di forma II, recuperato in un deposito di materiale anforario adiacente alla fornace. Sulla stessa tipologia di contenitori troviamo il nome di C(aius) Anini(us) in associazione con quello di Cteso(n), Damas, Dasi(us), Eutuchus e Soterich(us). Altri nomi servili, fra cui Antiochus, Apelles, Bahano, Baton, Diodotus, Libon, Eikadios, Heraios, Kephalon, Noumenios, Pilemo(n) e Pulade(s) sono stati rinvenuti da soli o associati fra loro su contenitori le cui forme sono comunque riconducibili al repertorio di produzione aniniana. Alcuni di questi bolli sono in lingua greca: Antíochus, Eikadios, Heraios e Kephalon; altri, fra cui anche il gentilizio Aninius, sono attestati sia in greco che in latino: Apelles, Damas, Noumenios, Pilemo(n), Pulade(s) e Soterich(us); i restanti presentano solo caratteri latini. (P. P.)

Le forme
Il catalogo dei bolli: Aniniana, C. Aninius, L. Aninius, Antiochus, Apelles, Damas, Eikadios, Heraios, Kephalon, Numenius, Philemon, Pulades, Soterichus
Il gentilizio Aninius
I nomi servili
Il caso dei nomi
Note grafiche, linguistiche, paleografiche
Cronologia
Fenomeni di bilinguismo

 

Le forme

Il repertorio delle anfore di produzione "aniniana" è caratterizzato da forme a destinazione vinaria, che nella classificazione delle anfore di Apani corrispondono al tipo I (vedi), ed olearie riferibili ai tipi II (vedi), V e VII (vedi). Resta dubbia la funzione dei due contenitori frammentari attribuibili ad una forma non ancora definita tipologicamente, di cui non si conosce l’intero profilo, ma solo la conformazione della parte superiore e pertanto, per mancanza di ulteriori dati, al momento classificata come forma VIII (vedi). Le anfore di tipo I e II sono rappresentate ad Apani da esemplari interi, mentre gli altri tipi anforari sono documentati soltanto da contenitori frammentari di cui è stato possibile ricostruire l’intera forma sulla base di confronti tipologici con esemplari interi rinvenuti negli altri centri produttori di anfore brindisine o nei luoghi dove il vino e l’olio di Brindisi venivano consumati. La diffusione delle anfore di attribuzione aniniana è documentata in ambito regionale nel territorio salentino e apulo, lungo le costa adriatica e tirrenica e sulle maggiori rotte orientali ed occidentali dell’impero.
I numeri di inventario indicati di seguito, salvo diversa indicazione, sono quelli forniti dal Museo Archeologico Provinciale di Brindisi.

Forma I, rappresentata dall'esemplare n. inv. 6711: presenta un corpo dal profilo ovoidale allungato e terminante con un puntale cilindrico talvolta sagomato a bottone. Il collo è alto e svasato alla base con orlo a fascia, a profilo triangolare, le anse sono lunghe e a nastro impostate al di sotto dell’orlo e poggianti sulla spalla, la cui continuità con il resto del corpo è interrotta da una solcatura molto netta e ben evidenziata. La morfologia dell’anfora suggerisce una destinazione vinaria.
Questo tipo di contenitore è rappresentato ad Apani da quattro esemplari interi (nn.inv. 6711, 6712, 6780, 7276) recuperati in un deposito di materiale anforario rinvenuto a ridosso della fornace ”aniniana” assieme all’anfora di forma II e a quattordici colli frammentari (risultano inventariati solo i seguenti esemplari: nn. inv. 7322, 7324-25, 7327-28). Sotto il profilo morfologico le uniche variazioni riguardano la fattura degli orli, in alcuni casi più alti e pendenti, in altri più bassi e spessi, in altri ancora evidenziati da un gradino alla base. Le circonferenze degli orli non risultano spesso regolari, così come quelle dei colli non sono sempre perfettamente cilindriche. Le anse, a nastro, hanno solitamente una lievissima scanalatura longitudinale e sono segnate alla base da una o più impressioni digitali.
I contenitori di forma I, ad eccezione di un solo esemplare bollato L.ANINIVS, con la V capovolta (n. inv. 6487 bis, tipo D1), risultano anepigrafi; sono tuttavia caratterizzati dalla presenza di alcuni simboli graffiti eseguiti a stecca prima della cottura, sul collo e talvolta anche alla base del corpo, spesso associati a linee diritte o ondulate che segnano interamente o parzialmente la circonferenza del collo. Altri graffiti, tipologicamente simili, si riscontrano anche sulle anfore di forma II.
La forma I di Apani corrisponde tipologicamente agli esemplari di forma 2A rinvenuti nell’insediamento di Giancola durante lo scavo delle fornaci, in contesti stratigrafici relativi alla prima fase produttiva del sito, databile non oltre la prima meta del I sec. a.C.
Cfr. per le caratteristiche tipologiche: Palazzo 1988, p. 110, tav. XXIX,1; Palazzo 1989, pp. 548, 550 figg.1.1; Manacorda 1996, p. 100, n. 76. Per un riscontro tipologico con esemplari rinvenuti nel sito artigianale di Giancola, cfr. Manacorda 1998, pp. 320-322, 330.

Forma II, rappresentata dall'esemplare n. inv.7277: presenta un corpo dal profilo ovoidale terminante con un puntale cilindrico sagomato a bottone. Il collo è alto e cilindrico, con orlo a fascia evidenziato alla base e al centro da due scalini, le anse sono lunghe, a bastoncello, a sezione circolare, impostate al di sotto dell’orlo e poggianti sulla parte superiore della spalla. Su entrambe le anse è impresso entro cartiglio rettangolare il bollo ANINIANA. La morfologia dell’anfora suggerisce una destinazione olearia.
Questo tipo di contenitore è rappresentato ad Apani da un esemplare intero (n. inv.7277), recuperato assieme ai quattro contenitori di forma I, in un deposito di materiale anforario rinvenuto nei pressi della fornace ”aniniana”, e da ventinove colli frammentari di cui sei (nn. inv. 104, 6692-93, 7005, 7273, 7378) con bollo ANINIANA su entrambe le anse e cinque (nn. inv.6693, 7005, 7279, 7323, 7378) con simboli graffiti tipologicamente simili a quelli che caratterizzano le anfore di forma I, sempre associati a linee continue che segnano l’intera circonferenza del collo.
Sarebbe da attribuire a questo tipo anforario il collo frammentario con orlo a fascia e anse a bastoncello non bollate, rinvenuto ad Adria nel contesto funerario di Ca’ Cima, scavato nel 1995, e databile, sulla base delle associazioni con i corredi, alla seconda metà del II sec. a.C. (cfr. Toniolo 2000, pp.181, 183,184, fig. 433)
Una variante morfologica dell’anfora di forma II (forma IIa) è costituita da un esemplare intero proveniente da Karanis, in Egitto, e custodito al Kelsey Museum of Ancient and Medieval Archaeology (University of Michigan) (indicazione di D. Manacorda). Il contenitore si differenzia per il profilo del corpo più arrotondato e per un orlo a fascia più alto, leggermente estroflesso, con labbro ingrossato ed evidenziato da uno scalino nella parte inferiore. L’esemplare è bollato su entrambe le anse dai nomi servili Baton ed Heraios, quest ultimo in caratteri greci.
Ad Apani sono stati rinvenuti 12 esemplari frammentari i cui profili dei colli alti e svasati alla base, degli orli a fascia alti e verticali, talvolta leggermente estroflessi, e solitamente segnati da solcature e scalini all’estremità inferiore, con labbro ingrossato e arrotondato, rispecchiano le caratteristiche dell’esemplare brindisino proveniente dall’Egitto e corrispondente alla variante A della forma II. Fra i bolli che compaiono sulle anse di questi contenitori troviamo i seguenti nomi servili: Antiochus (in caratteri greci), Apelles, Bahano, Baton, Cteson, Dama, Dasius, Kephalon e Numenius (questi ultimi due in greco) e Philemon. Di questi
Kephalon e Philemon duplicano ciascuno il proprio nome sulle anse di due diversi esemplari frammentari; Cteson e Dasius compaiono entrambi in associazione a Caius Aninius su due diversi contenitori frammentari. Gli altri nomi servili, Antiochos, Apelles, Bahano, Baton, Dama, e Numenius, sono attestati ciascuno su colli frammentari di cui si conserva, associata all’orlo, una sola ansa bollata.
I punzoni dei bolli APELAES, BATON, CTESO, DASI, HPAIOC e PILEMO sono gli stessi utilizzati per la stampigliatura dei contenitori di forma V e VII (vedi bolli).

Due anfore intere ed un collo frammentario, tipologicamente attribuibili alla variante A della forma II sono stati rinvenute in Israele nel sito di Marissa, assieme ad un contenitore intero di forma V, in contesti databili all’ultimo terzo del II sec. a.C. (Finkielsztejn 2000, p.213, tav.111, b,c,e; tav. 112, a). Una delle due anfore di forma II ha un’ansa con bollo riconducibile ad uno dei servi di Betilienus, gentilizio noto nel repertorio onomastico brindisino e ampiamente documentato, assieme ai suoi servi, nel sito produttivo di La Rosa (Palazzo 1990, pp.148-151, tavv.LXXXV-LXXXVII; Palazzo 1992, p.122, tav.XXXIX,3; Palazzo 1993, pp.229, 232, tavv. CV 3-4, CVI 1; CBAI, c.s. nn.1137-1150).
Sempre in Israele, a Gerusalemme nel Museo Archeologico "Rockefeller", è custodita un’anfora intera che rispecchia le caratteristiche morfologiche dell’anfora di forma II A (indicazione fornita da Gerald Finkielsztejn) ed ha impresso su entrambe le anse il bollo che restituisce in caratteri greci il nome servile Asclepiades. Un bollo identico è stato rinvenuto su un’ansa frammentaria trovata nel sito di La Rosa fra i materiali recuperati durante alcuni lavori di scavo effettuati nel 1991 (Palazzo 1992, pp.120-122, nota 21, tav.XXXIX,2).

Alla stessa tipologia di contenitori appartiene il collo frammentario con bollo su ansa rinvenuto in Albania a Scodra; il bollo erroneamente letto: A O NAEK corrisponde ad un punzone, di difficile interpretazione, noto fra gli esemplari di Apani, per il quale è proponibile la lettura APOLNVEB; il bollo è retrogrado con la L e la V capovolta. A questo ambito tipologico sembrerebbero appartenere i 2 colli frammentari rinvenuti a Siponto in Puglia negli scavi condotti fra il 1988 ed il 1994 (Boldrini 2001, p.414, nn. 92, 95)
Cfr., per le caratteristiche tipologiche, Palazzo 1988, pp. 111, 114-5, tav. XXIX,2; Palazzo1989, pp. 548-549, pp. 550-552 figg.1.2, 2.9-12, 3.13-15. Manacorda 1996, p. 100, n. 78.

Forma V: rappresentata da un esemplare intero, non bollato, recuperato nel sito artigianale di Giancola durante lo scavo degli scarichi delle fornaci ed attualmente custodito nel Museo Archeologico di Brindisi (Manacorda 1996, p. 101, n. 80). Il tipo anforario presenta un corpo dal profilo ovoidale terminante con un puntale sagomato a bottone. Il collo è basso e cilindrico con orlo a listello arrotondato, le anse sono generalmente piccole, a bastoncello, a sezione circolare, impostate al di sotto dell’orlo e poggianti sulla parte superiore della spalla. La morfologia dell’anfora suggerisce una destinazione olearia.
E’ da attribuire a questa tipologia di contenitori, l’esemplare intero bollato HERAI e STR, proveniente da Marissa, in Israele, da contesti databili all’ultimo terzo del II sec. a.C.(Finkielsztejn 2000, p.213; CBAI, c.s. n.1432, 1-2); tali bolli risultano già noti nel repertorio onomastico di Apani (Palazzo1987), ma è la prima volta che compaiono associati su un esemplare di forma V.
Rientrerebbe in questo tipo anforario, un contenitore intero, caratterizzato dal corpo ovoidale, basso collo con orlo ad anello e piccole anse a sezione circolare, rinvenuto, assieme ad altri esemplari simili, ad Adria nel complesso funerario di Ca’ Garzoni, scavato nel 1969, e databile sulla base dei corredi funerari alla seconda metà del II sec. a.C. (Toniolo 2000, p.181 figg. 424-426). Rispecchierebbe inoltre le caratteristiche dell’anfora di forma V, il collo frammentario con orlo a listello rinvenuto a Siponto, in Puglia, assieme ad altri esemplari frammentari di forma II (Boldrini 2001, p.414, n. 94).
Questo tipo di contenitore è rappresentato ad Apani solo da esemplari frammentari di cui si conserva il profilo del collo e dell’orlo con le anse associate; la classificazione tipologica è basata sull’esame della conformazione e dimensione degli orli e colli assieme alle anse, tenendo anche conto del dato epigrafico. Nell’ambito di questo tipo anforario sono state distinte tre varianti morfologiche, a ciascuna delle quali corrisponde un diverso repertorio epigrafico.
La variante A della forma V, rappresentata ad Apani da 125 esemplari, si distingue per il profilo dell’orlo a listello, per il collo basso e le piccole anse a sezione circolare con andamento curvilineo. Gli esemplari bollati sono 23 (nn. inv. 103, 6198/6351, 6292, 6353, 6385, 6407, 6424-26, 6428-32, 6485, 6486bis, 6778, 6986, 7149, 7288, tre esemplari non risultano inventariati) e restituiscono i seguenti nomi servili: Apelles, nelle due varianti greca e latina, Baton, Philemon e Pulades. Duplicano il proprio nome sulle anse di uno stesso contenitore: Apelles, nelle varianti in greco (APELLHS),e in latino, e Pulades, attestato con due differenti punzoni (PVLADE e PVLADEI). Il nome di Baton lo troviamo associato ad Apelles e Philemon nella forma latina e con i punzoni APELAES e PILEMO gli stessi che ritroviamo impressi su anfore di forma II e VII.

Alla variante A sembrerebbe appartenere un contenitore intero, non bollato, rinvenuto assieme ad anfore di tipo Dressel 1 e Lamboglia 2, nel carico di una nave mercantile romana, naufragata lungo la costa occidentale dell’isola di Ponza a ridosso della "secca dei mattoni", tra la fine del II e gli inizi del I sec. a.C. (Galli 1993, pp. 123-124, fig.5, tav.II, D). Un altro esemplare intero, anch’esso anepigrafe, riferibile a questa variante, proviene da Marissa, in Israele, da contesti databili all’ultimo terzo del II sec. a.C.(Finkielsztejn 2000, p.213, tav.111, d).

La variante B è rappresentata ad Apani da 16 esemplari (nn. inv. 2912, 6209-6211, 6230, 6242/7304, 6321, 6481bis, 6796, 6844, 6852, 6853, 6915, 7165, due esemplari non risultano inventariati) di cui 5 anepigrafi; si caratterizza per le maggiori dimensioni del collo e lunghezza delle anse e per il profilo dell’orlo a listello arrotondato. Bollano questo tipo di anfore Cteson, Damas (in greco e latino), Dasius, Diodotus, Eutuchus, Libon e Sothericus (in caratteri greci). Sullo stesso contenitore troviamo associati al nome di C(aius) Anini(us), sia il nome di Sotherich(us) che quello di Damas (DAMAS/C.ANINI). I bolli di Dama(s) e C.Anini(os) sono attestati anche in lingua greca.
L’associazione dei bolli C(aius) Anini(us) e Sotherich(us) è documentata in Francia a Vieille Toulouse (Labrousse 1980, p.484; Desy 1989, p.129 n.967; CBAI c.s. n.1113) ed in Spagna su due esemplari interi rinvenuti uno ad Elche (Fernandez Chigarro 1959, tav.XXXV fig.5; Molina Vidal 1999, pp.259-261, n.21 tav.V,21, CBAI c.s. nn.1141.1) e l’altro ad Escombreras, a sud di Cartagena (Metamorfosis 1999).
Sono impressi su esemplari frammentari di tipo VB, di cui si conserva, associata all’orlo, una sola ansa bollata, i seguenti nomi servili: Cteso(n), Dasi(us),
DIODOT[US], Eutuchus, e LIBON. L’esemplare bollato DIODOT[VS] proviene da Rudiae ed è custodito nel Museo Archeologico di Lecce; esso potrebbe corrispondere all’esemplare edito da Susini 1962, n. 142 b. Tutti gli altri bolli menzionati sono stati rinvenuti ad Apani. C’è da osservare infine che i bolli CTESO e DASI sono impressi con i medesimi punzoni anche su anfore di forma II, mentre lo stesso marchio EVTVCHI compare su un esemplare di forma VIII.

La variante C è rappresentata ad Apani da un esemplare frammentario bollato che restituisce il nome servile EIKADI[O] in caratteri greci. L’esemplare non risulta inventariato e si caratterizza per l’orlo a profilo arrotondato maggiormente evidenziato rispetto alle due varianti A e B della forma V; a questo tipo vengono attribuiti due contenitori frammentari di ignota provenienza (Valesio?) custoditi nel Museo Archeologico "S. Castromediano" di Lecce. Entrambi hanno anse con impresso il bollo P VE BAL, sia duplicato sullo stesso esemplare che associato a Soterichus, nella variante latina SOTERICO. I punzoni dei bolli sono gli stessi attestati su altre anse frammentarie rinvenute ad Apani.
Cfr., per le caratteristiche tipologiche, Palazzo 1988, p.112; Palazzo 1989, pp. 548-549, pp. 552-553, figg. 3.16-18, fig. 4.19-22; Manacorda 1996, p. 100, n. 80.


Forma VII: rappresentata da un esemplare intero, recuperato nel sito artigianale di Giancola durante lo scavo degli scarichi delle fornaci ed attualmente custodito nel Museo Archeologico di Brindisi (Manacorda 1996, p. 101, n. 77). L’anfora di Giancola non risulta bollata.
Il tipo anforario presenta un corpo dal profilo ovoidale terminante con un puntale sagomato a bottone. Il collo è basso e cilindrico con orlo a fascia, le anse sono generalmente piccole, a bastoncello, a sezione circolare, impostate al di sotto dell’orlo e poggianti sulla parte superiore della spalla. La morfologia dell’anfora suggerisce una destinazione olearia.
Contenitori interi, attribuibili tipologicamente alla forma VII, sono attestati in Puglia ad Ascoli Satriano, in contesti tombali (Volpe 1990, p. 229, fig. 225, 2; p. 234, fig. 230, 3-4), databili, per l’associazione con gli altri materiali di corredo, all’ultimo terzo del II sec. a.C. (informazione G.Finkielsztejn) e a S. Paolo di Civitate; un altro esemplare intero, caratterizzato da un corpo dal profilo ovoidale e basso collo con orlo a fascia, proviene dalle Marche, ed è stato rinvenuto nel corso di recuperi sottomarini effettuati lungo la costa di Palombina, a nord di Ancona (Mercando 1975-81, p.77, figg. 17-18). La presenza di due anfore intere di forma VII è segnalata nel Veneto, ad Adria, in contesti funerari (Ca’ Garzoni 1966, 1969) databili alla seconda metà del II sec. a.C. (Toniolo 2000, pp.181,183,184, figg. 429-430,432).
Ad Apani la forma VII è rappresentata da due varianti distinte sulla base della diversa conformazione delle anse; la variante A presenta anse a sezione circolare ed è documentata da 21 esemplari frammentari, di cui due bollati BATON (n. inv. 6199) e PILEMO (n. inv. 37); i punzoni sono gli stessi utilizzati per la stampigliatura dei contenitori di forma II e V.
La variante B è caratterizzata da anse a nastro, talvolta scanalate, anepigrafi .
A questo tipo anforario sono stati provvisoriamente riferiti tre esemplari frammentari rinvenuti ad Apani e caratterizzati da piccoli orli a fascia, impostati su colli svasati alla base e da anse a nastro con andamento curvilineo. Due di essi hanno le anse bollate con il nome servile Apelles ( APELLHS), in caratteri greci (nn. inv. 6734, 7275), il terzo esemplare restituisce il gentilizio L(ucius)Anini(us) (L.ANINI
) (n. inv.2926).
Per le caratteristiche tipologiche cfr. anche Palazzo 1988, pp. 112-113; Palazzo 1989, pp. 549, 553, fig. 4. 23-24; Manacorda 1996, p. 100, n.77.


Forma VIII: nel repertorio delle anfore di produzione aniniana spiccano due contenitori frammentari la cui conformazione della parte superiore del corpo fa ipotizzare l’attribuzione ad un tipo anforario complessivamente di dimensioni più ridotte rispetto agli semplari finora considerati, ma di cui attualmente non si conosce l’intero profilo. Le ipotesi fino ad ora avanzate, sulla base di confronti con alcuni esemplari attestati in area salentina, suggeriscono uno sviluppo del corpo con profilo ovoidale terminante a fondo piatto, confrontabile con un esemplare rinvenuto a Brindisi in contesti tombali databile al I sec. a.C. (cfr. Cocchiaro 1988, p. 124, fig. 79; Manacorda 1998, p. 322), o diversamente una conformazione a trottola, come le due anforette provenienti da Rudiae e custodite nel Museo "S. Castromediano" di Lecce (nn. inv. 2260 e 2264: queste presentano una conformazione dell’orlo e delle anse molto simile alla variante B del gruppo VIII; cfr. anche Manacorda 1998, p. 322, nota 47).
Nell’ambito di questo gruppo sono state distinte due varianti morfologiche A e B.
La variante A è rappresentata da tre esemplari frammentari di cui si conserva il collo basso e cilindrico con piccolo orlo a profilo triangolare sotto cui si impostano sottili anse a nastro. Solo un esemplare conserva entrambe le anse bollate da Eutuchus e C(aius) Anini(us). Il contenitore potrebbe trovare dei riscontri con alcuni esemplari frammentari, rinvenuti a Giancola, appartenenti al gruppo di anfore di tipo 2B.
La variante B è rappresentata da un esemplare frammentario di cui si conserva il collo basso e cilindrico con orlo a profilo triangolare, molto incavato internamente, sotto cui si impostano piccole anse a nastro scanalate, di cui una frammentaria. L’esemplare è bollato da C(aius) Anini(us).
Cfr., per le caratteristiche tipologiche delle anfore di gruppo VIII, Palazzo 1988, p.113; Palazzo 1989, pp. 549, 553, fig. 4. 25. Per un riscontro tipologico con esemplari simili rinvenuti nel sito artigianale di Giancola, cfr. Manacorda 1998, pp. 322, 330, tav. I, 2-3. (P.P.)

Il gentilizio Aninius

Aninius è un nomen documentato nell’Italia centromeridionale, piuttosto raro nelle province. E’ confrontabile con il gentilizio etrusco Anina: CIE 1732, 1935, 2300 (Clusium), 4702 (Perugia), 5396, 5401 e “Studi Etruschi”, 32,1964,108-123 (Tarquinii).
In Italia è documentato in età repubblicana a Pompei dal duoviro: P. Aninius C. f. (CIL I2 1635 = CIL X 829= ILS 5706 = ILLRP 648), ad Hadria (AE 1984, 371 = CIL I2 3292b), su un vaso trovato vicino Capena (CIL I,2 2496,7[‘Inscriptiones vetustissimae’]), sulle anfore di produzione brindisina (vd. supra) e su un’anfora Lamboglia 2 (// ANINI SURI), conservata nel Museo di Tortona (cfr. CBAI, c.s., n. 771).
In età imperiale si segnalano: poco meno di una cinquantina di presenze urbane del nome in CIL VI, cui occorre aggiungere AE 1994, 115 (= CIL VI 37171); AE 1979,74 (= CIL VI 11651+26696); quindi attestazioni nella regio prima a Ostia (CIL XIV 564,565, 4140, 4565 II,12), Castrimoenium (CIL XIV 2477), Aricia (CIL XIV 4272), Privernum (CIL X 6448), Setia (CIL X 6461, 6463); in Campania si registra una certa densità a Pompei , dove il nome era già presente in età repubblicana, (CIL IV 1096,1997, 1459 (?), 1461, 9198, 10073b? (cfr. Solin 1973, p. 269). Documentato nella regio secunda, oltre che sui bolli delle ’anfore brindisine’, a Venusia in due epigrafi non posteriori ai primi decenni del I d.C.: CIL IX 475 (M. Aninius Sp. f.) e CIL IX 476 (Sex. Aniniu(s) Sex. f.); a Canusium in un’epigrafe verosimilmente databile al I a.C.: CIL IX 393 = ERC I, 162 (Aninia P.f.); nella regio quarta a Carsioli (CIL IX 4057), Amiternum e nell’agro di Amiternum (CIL IX 4203; 4362; 4403; 4458; AE 1987, 327 = Suppl. It. 9, 1992, n. 60; Suppl. It. 9, 1992, n. 46); nella regio quinta ad Hadria (AE 1995, 429-430), dov’era presente già in età repubblicana, a Castrum Novum (CIL IX 5154); inoltre Aninius compare ad Auximum nella ricca onomastica del cavaliere M.Oppius Capito (CIL IX 5831-5832) vd. oltre. Ancora Aninii nella regio sexta a Ostra (CIL XI 6194), Pisaurum (CIL XI 6367b), Tifernum Tib. (CIL XI 5935: L. Aninius C.f. Gallus domo Arretio), quindi nella regio septima a Tarquinii (AE 1987,375, dolio iscritto: vengono richiamati gli Anina, famiglia etrusca, originaria di Tarquinia), a Florentia (CIL XI 1624), Luna (CIL XI 1355 A,II,3; 6990), nella regio octava su amphorae Dressel 2-4, a Casola Canina presso Imola (scarichi di fornace) e a Ravenna: L. Aninius Syrus; inoltre su anfore non identificate conservate a Bononia (CIL XI 6695 10 a-e), infine a Carpi (CIL XI 944). Si segnala ancora a Forum Popili il gentilizio Anenius (Suppl. It. 10, 1992, n. 2). Infine nella regio decima ad Aquileia (CIL V 757 add. = ILS 4894 = Inscr. Aq., 2408; Pais, S. I., n. 180 = Inscr. Aq., 2761).
Nelle province si registrano presenze in Sicilia (CIL X 6980), Baetica (AE 1953,20 = AE 1977,441: M. Aninius Adgovitus, oriundus ab Aquis ex Gallia), nella Narbonese (CIL XII 4580 (?), 5686,49-50: vascula), Germania sup. (CIL XIII 7288; 7553,11; AE 1953, 249), in Dalmatia a Narona (CIL III 1822), Issa (CIL III 3080), Salona (CIL III 9247); ancora in Macedonia (AE 1903, 104; AE 1954,23), Africa Proc. (CIL VIII 15595,15596,15925,23951), Numidia (CIL VIII 17978,18065a, 16; 20093), Mauret. Caes. (AE 1981,926 adn.).
Note prosopografiche. Assai probabile l’appartenenza all’ordine senatorio di Aninia Senecilla, il cui nome compare su una fistula aquaria urbana (CIL XV 7384), dubitativamente datata al II sec. (cfr. Eck 1982, p. 211); considerata possibile la sua parentela con il senatore L. Aninius Sextius Florentinus, proconsole della Narbonese e governatore della provincia di Arabia, in servizio nel 127, dove morì: Petra ha restituito il suo imponente mausoleo (CIL III 14148,10; cfr. AE 1967, 259 adn.; Birley 1981, pp. 237-239).
Il gentilizio compare anche nell’onomastica di M. Oppius Capito Q.Tamudius Vel. Aninius Severus di Auximum che percorse nell’età di Antonino Pio alcuni gradi delle milizie equestri, imparentato con la famiglia senatoria degli Oppii (cfr. PME II, O 21 e Suppl. I-II). In occasione della recente edizione dell’epigrafe dell’argentarius, P. Oppius C. l. (fine II-inizi I a.C.), recuperata a Porto Sant’Elpidio sulla costa del Piceno centrale, è stata avanzata la possibilità di un coinvolgimento dell’argentarius nella principale attività economica dell’area centroadriatica in quella fase, la produzione delle anfore (Paci 1998).
Infine noto con questo nome l’oratore greco Aninius Macer (PIR2 A 606), maestro dell’imperatore Marco.
E’ interessante segnalare, pur precisando le differenze, la presenza di tale gentilizio, non frequente, oltre che su ‘anfore brindisine’, su anfore di tipo Lamboglia 2 e su Dressel 2-4: su queste due categorie di contenitori compare lo stesso nome, L. Aninius Syrus, che ritorna anche sui bolli conservati a Bologna. L’ambito cronologico della produzione di L. Aninius Syrus si colloca tra la tarda Repubblica e il primo Impero (cfr. CBAI c.s., Cap. XI) (M. S.)


I nomi servili

Il repertorio di bolli della produzione “aniniana” mostra, oltre il gentilizio Aninius, una serie di nomi personali greci, in caratteri greci e latini. Per lungo tempo nell’Urbe e a quanto sembra nelle città dell’Italia romana, i nomi unici (senza patronimico), soprattutto greci, individuavano persone di condizione servile; si può aggiungere che alcuni di questi nomi sono tipicamente servili: in particolare Noumenius ed Eikadios (ricavati dal calendario),Soterichos (considerato bene augurante, come altri nomi formati dalla radice Sot-), Apelles (composto con il nome di una divinità) [Cfr. Lambertz 1907, pp. 65, 67, 35; Masson 1990, p. 153]. Peraltro è opinione prevalente (e condivisibile) negli studi sulle anfore di produzione brindisina che quanti bollassero tali anfore con nome unico fossero schiavi (Cfr. Manacorda 1988, p. 98; Id. 1989, pp. 453-458; Id. 1994, p. 11; Palazzo 1988, p. 115; Palazzo 1989, pp. 548-549; Cipriano, Carre 1989, p. 73; diversamente Fülle 1997, pp. 120 e 126).
Antiochos è nome estremamente comune in tutte le regioni grecofone (352 casi registrati nel LGPN): in particolare in Italia meridionale si contano una trentina di presenze, le quattro più antiche in caratteri greci (tra queste le anfore brindisine, vd. LGPN, III A, pp. 45-46.); la diffusione del nome è confermata dall’ampia documentazione urbana di età romana in lingua latina sia nella forma Antiochus che nella forma, meno frequente Antiocus: documentati a Roma più di cento casi, soprattutto negli ambienti servile e libertino, si tratta peraltro del nome greco più comune nelle iscrizioni repubblicane (cfr. Solin 1982, pp. 201-206; Id. 1977, p. 107).
Apelles (caratteri greci) / Apelaes, Apellais, Apelle[s] è nome ben attestato nel mondo greco (80 casi nel LGPN); in particolare Masson [1990, p. 437] rileva la sua frequenza in Ionia e in particolare a Chio. In Italia meridionale è noto con questo nome un cittadino di Eraclea in Lucania, morto a Delo alla fine del II a.C (Couilloud 1974, n. 297, pp. 155-156); le attestazioni brindisine si configurano come le più antiche nell’area. Successivamente è documentato nella forma Apelles a Herculaneum (CIL IV 10677-10678 e CIL X 1403 g III, 63) e a Lucera (CIL IX 834); ben testimoniato in area urbana (Solin 1982, pp. 254-255).
Damas (caratteri greci) / Damas è nome ben documentato nel mondo greco (69 casi nel LGPN); le attestazioni brindisine risultano le più antiche in Italia meridionale (LGPN, III A, p. 108); successivamente (I-II d.C.) è ancora attestato a Brindisi, portato da uno schiavo imperiale: Dama Caesaris nostri librarius (AE 1966, 100a) e a Taranto in un’epigrafe di difficile datazione (AE 1972, 104: Dama). Accanto alla forma Damas, ben documentato anche in area urbana il nominativo Dama (cfr. Solin 1982, pp. 1281-1282); da aggiungere che nell’Urbe è considerato nome tipicamente servile (cfr. Lambertz 1907, p. 38).
Eikadios (caratteri greci) è nome raro: nei 3 volumi del LGPN sono segnalate unicamente quattro presenze ad Atene di II a.C. e erroneamente la forma Eikadis (caratteri greci) su ‘anfore brindisine’, considerata forma popolare di Eikadios (sulla base del repertorio di Desy 1989, p. 75, nn. 474-475): ma ora la nuova edizione del bollo (vedi) consente di ricondurre a Eikadios anche le attestazioni brindisine. Estremamente rara anche la forma Ikadios (complessivamente tre attestazioni nel LGPN). Il nome è assente nell’omastica greca dell’Urbe.
Heraios è nome documentato, ma non frequente (complessivamente 26 casi registrati nel LGPN, di cui 21 nell’Attica e nelle isole egee): le presenze brindisine costituiscono le uniche attestazioni nell’Italia meridionale.
Kephalon è nome raro (un po’ più frequente la forma con omicron finale): cinque casi complessivamente registrati nel LGPN: due in ambito egeo, uno in Attica e in Italia meridionale, oltre ai bolli brindisini, il nome ritorna in un graffito di Herdonia, in caratteri latini nella forma Cepalo (Palazzo, Silvestrini 2001, Appendice). In area urbana attestate sporadicamente le forme Cepalas e Cephalio (cfr. Solin 1982, p. 657; anche Solin 1996, p. 390).
Noumenios (caratteri greci) / Numenius è nome di larga diffusione, soprattutto nell’Attica e nelle isole egee (155 casi nel LGPN); piuttosto raro in Italia meridionale, oltre ai casi brindisini, si registra con questo nome un cittadino di Velia noto da una stele conservata al Museo di Vienna, databile al II-I a.C. (cfr. Noll 1986 2a ed., n. 97). A Roma presente con poco più di una decina di casi nella forma latina Numenius (cfr. Solin 1982, p. 1035).
Pulades (caratteri greci) / Pulades è nome ben documentato, ma non comune (complessivamente 37 casi registrati nel LGPN): in Italia meridionale le presenza brindisine risultano le più antiche; il nome ritorna in caratteri greci su ceramica campana (IG XIV 2406, 70; cfr. CIL X 8056, 630). Ben attestato nell’Urbe nella forma Pylades (cfr. Solin 1982, p. 515).
Philemon (caratteri greci) / Pilemon è nome piuttosto comune: nell’ambito della documentazione complessiva (145 casi nel LGPN) risultano largamente prevalente le attestazioni dell’Attica (99 casi): quelle brindisine si configurano come le presenze più antiche in Italia meridionale; il nome è attestato anche a Canusium in un’epigrafe di età repubblicana e su pesi da telaio nelle forme Philemo e Pilemo (ERC, I, 75 e II 75A; II, Instr. 159-160). Ben attestato nell’Urbe nella forma Philemo(n) (cfr. Solin 1982, pp. 738-740).
Soterichos (caratteri greci) / Soterico(s) è nome generalmente abbastanza comune (193 casi nel LGPN): a Brindisi documentato, oltre che sui bolli anforici, anche su epigrafi monumentali di età successiva (CIL IX 112 e 123; AE 1983, 272) ampiamente attestato anche in area urbana (87 casi, cfr. Solin 1982, p. 417).
L’analisi della diffusione di questi nomi, per quanto sia un campione limitato, sembra rinviare preferibilmente all’area del Mediterraneo orientale (Attica ed isole egee) che ad ambito magnogreco (cfr. i poco comuni Eikadios, Heraios, Kephalon ma anche l’area di maggiore concentrazione di Noumenios e Philemon); peraltro le attestazioni brindisine per tutti questi nomi, con l’eccezione del comunissimo Antiochos, sono le più antiche a noi pervenute in Italia meridionale. Da tener presente che anche l’analisi dei gentilizi documentati a Brindisi riflette gli stretti rapporti di questo centro con il Mediterraneo orientale (il 40% dei nomina documentati a Brindisi sono presenti a Delo e in altri centri del Mediterraneo orientale, cfr. Silvestrini 1998, pp. 81-83). (M. S.)


Il caso dei nomi

I soli nomi che mostrano chiaramente il caso in cui erano declinati sono quelli che figurano sui bolli in extenso o che, privi di una sola lettera finale, non diano adito ad ambiguità. Anche questo campione di ‘anfore brindisine’ documenta la presenza di nomi al nominativo (la circostanza più frequente) e di nomi al genitivo, senza apparente distinzione: lo stesso fenomeno si registra in altre produzioni di anfore e, almeno tra I sec. a.C. e I d.C., in altre categorie di instrumentum (cfr. Steinby 1993, p. 139; per il caso (nominativo o genitivo) dei nomi sulle ‘greco-italiche’ tarde, cfr. Van der Mersch 1986, p. 574; Van der Mersch 1994, pp. 114 e 229, nota 235). Per alcuni nomi abbreviati è possibile evidentemente un completamento sia al nominativo che al genitivo. Nell’onomastica romana di età repubblicana un gentilizio terminante in -i può anche essere abbreviazione del caso nominativo (Kaimio 1969), nonostante la sicura presenza del genitivo in questa serie di bolli, tale ipotesi va tenuta in conto: abbiamo infatti sullo stesso tipo di anfora le seguenti associazioni (caratteri greci): GAIOS ANINI(OS) / DAMA; (caratteri latini): C.ANINI / DAMAS (vd. Catalogo); nel primo caso è difficile pensare che al gentilizio al nominativo corrisponda il nome servile al genitivo; il secondo caso sembra essere la versione latina del precedente. Quindi anche per DAMA va considerata la possibilità di un completamento DAMA(S), pur essendo comune il genitivo in alpha dei nomi greci in -as.
Caso nominativo: Gaios Aninio(s) (caratteri greci), L. Aninius, Apelles (caratteri greci), Apelle [s] (caratteri greci), Apelaes, Apellais, Apelle(s); Damas; Eikadios (caratteri greci); Heraios (caratteri greci); Noumenio(s) (caratteri greci); Pulades (caratteri greci), Pulade(s); Soterico(s).
Caso genitivo: C. Anini (se non è nominativo); L. Anini (se non è nominativo); Antiochou (caratteri greci)
; Dama (caratteri greci)(se non è nominativo), Kephalonos (caratteri greci); Numeni; Puladei; Philemonos (caratteri greci).
Nomi abbreviati: C. Anini(us) (se non è genitivo); L. Anini(us) (se non è genitivo); Dama(s) (caratteri greci; se non è genitivo), Pilemo(n) o Pilemo(nis); Soterich(os) o Soterich(ou) (caratteri greci) / Soteric(os) o Soteric(us) o Soteric(i).
E’ opportuno inoltre ricordare che figura al nominativo il bollo Aniniana, riferito alla (figlina) Aniniana. (M.S).


Note grafiche, linguistiche, paleografiche.
Degna di attenzione la grafia di Apelles (caratteri greci), dove l’eta è resa con diverse varianti: Apelaes (paleograficamente l’esempio più antico con P con occhiello aperto e squadrato), Apellais, Apelle[s]. In latino l’eta è generalmente trascritta con e, tuttavia in taluni imprestiti greci, entrati nell’uso nel II sec. a.C. fu trascritta con ae; qui nei primi due casi si ha la resa con ae ed ai – le due grafie furono usate a lungo promiscuamente - con e solo nel terzo esempio. Si noti inoltre che in Apelaes compare una sola l in luogo della geminazione: tale uso proprio del latino arcaico si protrae per lo più sino alla seconda metà del II sec. a.C. (cfr. Niedermann 19534, pp. 59-60 e 112; Leumann 19772, pp. 67-68; anche Pisani 19623, pp. 16 e 10).
Nelle forme latine di Pulades (caratteri greci) - Pulade(s) e Puladei - si noti la resa con u e non con y della u greca, come sarà nella documentazione più tarda (Pylades): è stato osservato che la y compare nella documentazione epigrafica sporadicamente dall’età sillana (cfr. Perl 1971, 203-206); per quanto riguarda la grafia -ei della i lunga (Puladei) continua a lungo dopo il passaggio da ei ad i nella lingua parlata (fenomeno collocato nella prima metà del II sec. a.C., cfr. Niedermann 19534, pp. 58-59; Leumann 19772, pp. 62-63.): attestazioni epigrafiche della grafia -ei si registrano anche nel I sec. a.C.
Nella resa latina di Philemon (caratteri greci) / Pilemon e Soterichos (caratteri greci) / Soterico(s) da notare la mancanza di aspirazione: la riproduzione in latino di phi e chi con le tenui corrispondenti è considerata comune sino alla fine del II – inizi I sec. a.C. (cfr. Niedermann 19534, pp. 84-85; Leumann 19772, pp. 159-161).
In Soterico(s) da notare inoltre il nominativo grecizzante in –os.
L. Aninius è scritto con V capovolta (in precedenti letture, interpretata come A) e con S retrograda: grafia interessante, in quanto segnala la scarsa famigliarità degli artigiani con i caratteri latini.
Dal punto di vista paleografico nei bolli in latino le lettere che presentano il maggior interesse per la loro forma arcaica sono la P con testa quadrangolare in APELAES (C), PILEMO (B) e PULADE (C) e la L nettamente ad uncino in L·ANINI (C). Nell’epigrafia lapidaria entrambi questi fenomeni si registrano nei secoli III e II a. C. (preferibilmente nella prima metà): estremamente rari gli attardamenti successivi.
I bolli in caratteri greci presentano le tre lettere lunate (epsilon, sigma, omega ), tuttavia non in tutti i bolli considerati: si noti che questo fenomeno non si registra nei tre punzoni di Apelles; è invece presente in Eikadios, Heraios, Philemonos, Sotericho(s) e parzialmente in Kephalonos (omega e sigma, ma non epsilon). Notoriamente le lettere lunate si diffondono in età ellenistica: la loro piena affermazione è collocata nel nel II a.C. e prosegue nell’età successiva; stessa cronologia per l’alpha con sbarra spezzata che qui compare in un unico punzone (APELLH[S] (B1).
Cfr. per la P aperta a testa quadrata orientativamente Cencetti 1956-1957, p. 185, nota 4; anche Kaianto, Nyberg, Steinby 1981, p. 91, nota 1; per per la L ad uncino cfr. Cencetti 1956-1957, p. 185 e nota 2; Coarelli 1976, p. 160, nota 7; Di Stefano Manzella in Epigrafia 1991, n. 64, p. 322. (M. S).


Cronologia
Sulla base delle caratteristiche tipologiche e dei confronti, sinora disponibilili, con esemplari di produzione "aniniana", rinvenuti in contesti databili, è proponibile per le anfore di questa produzione una cronologia orientativa alla seconda metà del II sec. a.C. Sono infatti evidenti le affinità morfologiche che si riscontrano fra il contenitore brindisino di forma Apani I (vedi), documentato anche a Giancola come forma 2A (cfr. Manacorda 1998, pp. 320-322.), e l’anfora vinaria genericamente definita "greco-italica" tarda, di produzione centro-tirrenica, la cui diffusione è collocata "tra la seconda metà del III e la prima metà del II secolo a.C." (Manacorda 1989, pp. 443-444, nota 2), o anche anticipata a partire dalla metà del III sec. a.C. (Van Der Mersch 1994, pp. 59-92). Il contenitore vinario brindisino, concepito sul modello delle anfore "greco-italiche" tarde, si sarebbe sviluppato nel territorio salentino nell’ambito del II sec. a.C., precedendo a quanto sembra di qualche decennio l’affermazione delle più note anfore vinarie adriatiche di tipo Lamboglia 2, anch’esse di derivazione greco-italica (cfr. sulle Lamboglia 2, Cipriano, Carre 1989, pp. 80-85, 97-99; Volpe 1990, pp. 226-227, nota 14, con bibliografia. Sulla possibilità che le anfore brindisine di Apani e Giancola costituiscano un contenitore di transizione tra le "greco-italiche" tarde e le Lamboglia 2, cfr. Manacorda 1998, p. 321).
Contribuiscono a fissare tale cronologia i rinvenimenti in contesti databili di anfore attribuibili al repertorio di produzione "aniniana" sia su base tipologica che epigrafica. Significativi i seguenti rinvenimenti: in Puglia, ad Ascoli Satriano, sono state ritrovate in contesti tombali, due anfore intere dal profilo ovoidale con collo basso ed orlo a fascia di forma Apani VII, nelle varianti A e B (vedi). Ciascun esemplare è stato rinvenuto in associazione con anfore rodie databili all’ultimo terzo del II sec. a.C. (informazione G. Finkielsztejn). Conferma l’attribuzione dei contenitori all’area di produzione brindisina la presenza, su entrambe le anse dell’anfora di tipo VIIA, del bollo HPAIOC impresso con lo stesso punzone attestato fra gli esemplari di Apani (cfr. Volpe 1980-1987, pp. 105-119; Volpe 1990, p. 234, fig. 230, 3-4).
Ad Adria, in Veneto, è stata segnalata la presenza di due anfore intere di forma VII e di un contenitore intero dal corpo ovoidale, recuperato con altri esemplari simili, di presumibile attribuzione alla forma V in contesti funerari (Ca’ Garzoni 1966, 1969) databili alla seconda metà del II a.C.; inoltre, ancora ad Adria, nel contesto funerario di Ca’ Cima, scavato nel 1995, e databile, sulla base delle associazioni con i corredi, alla seconda metà del II sec. a.C. è stato recuperato un collo frammentario con orlo a fascia e anse a bastoncello non bollate, presumibilmente da attribuire alla forma II (cfr. Toniolo 2000, pp.181, 183,184, figg. 424-426, 429-430, 432-433).
Lungo la costa tirrenica è stata ritrovata un’anfora intera ovoidale con collo basso ed orlo a listello arrotondato, attribuibile tipologicamente alla forma Apani V, recuperata assieme a contenitori di tipo Dressel 1 e Lamboglia 2, durante lo scavo del relitto di una nave romana naufragata nei pressi dell’isola di Ponza tra la fine del II e gli inizi del I sec. a.C. (cfr. Galli 1993, pp. 123-124, fig. 5, tav. II D).
Di grande rilevanza infine il rinvenimento, in situ, in Israele, a Marissa, nell’ultima fase di occupazione, databile all’ultimo terzo del II sec. a.C. di anfore di forma II e V (vedi) ( Finkielsztejn 2000, p. 213).
Altro aspetto notevole ai fini dell’inquadramento cronologico e finora trascurato sotto questo profilo è il fenomeno del bilinguismo che ad Apani è documentato esclusivamente per i bolli di produzione ‘aniniana’: tale fenomeno trova un unico confronto nei bolli che restituiscono il gentilizio C(aius) Aristo(n) su anfore greco-italiche (MGS VI? della classificazione Van Der Mersch), ora datate alla seconda metà del III-inizi II a.C. (cfr. Manacorda 1986, p. 584, nota 20 e Id., 1989, p. 445, con bibliografia; Van Der Mersch 1994, pp. 163-164). Il repertorio onomastico della produzione ‘aniniana’ è rappresentato, infatti, sia da nomi servili documentati in lingua latina - Cteson, Dasius, Eutuchus - , sia da nomi scritti in greco - Antiochus, Eikadios, Heraios, Kephalon - e da altri ancora attestati in entrambe le varianti, come nel caso di Caius Aninius, e dei nomi servili Apelles, Damas, Philemon, Numenius, Pulades e Sotericus. E’ importante ribadire come ad Apani il fenomeno del bilinguismo non si riscontri nell’ambito della produzione anforaria legata al nome di Vehilius, cui viene attribuita la proprietà dell’altro principale impianto rinvenuto ad Apani (cfr. in generale sulla produzione vehiliana Manacorda 1994, pp.11-12; Palazzo 1994a, p. 55-56; CBAI c.s., n.1224; sugli altri gentilizi impressi sulla stessa tipologia di contenitori, cfr. Manacorda 1994, pp.12-23; Palazzo 1994a, p.56; Palazzo 1996, pp. 48-52). Tale produzione sembrerebbe succedere a quella aniniana o sovrapporsi alle sue fasi più recenti, differenziandosi sia sotto il profilo tipologico che onomastico; fra le anfore bollate da Vehilius non troviamo più attestata la forma vinaria di tipo I, ma solo anfore di tipo oleario, con corpi dal profilo globulare e spalla espansa, rappresentate dalle forme III e IV: esse sembrerebbero sostituire le più antiche anfore ovoidali di tipo II, V e VII. I bolli impressi sui tali contenitori restituiscono i nomi di altri personaggi coinvolti nelle attività produttive e commerciali: fra questi spicca i gentilizio Vehilius, tuttavia altri nomina sono pure documentati. (P.P)

Per quanto la differenza tra i bolli delle anfore e i monumenti lapidari non consenta parallelismi stringenti, tuttavia l’insieme dei fenomeni grafici e paleografici dei bolli considerati orienta per una loro collocazione nell’ambito del II a.C. Per una più circoscritta cronologia della produzione gli elementi a nostra disposizione non appaiono decisivi, tuttavia, analizzati i dati archeologici e quelli epigrafici nel complesso, si è orientati a collocare la fase iniziale della bollatura nei decenni centrali del secondo secolo.
Ulteriore conforto per tale cronologia può venire dall’accostamento, che si pone ora in termini nuovi, tra la leggenda L CORN di una moneta di bronzo della colonia di Brindisi (SNG I, tav. 17, n. 743), dell’ultima fase della coniazione locale ed il bollo L.CORNELI.L.F.Q. (CIL I, 2, 3502) impresso su anfore di Apani, di tipo aniniano (forma II). Questo marchio rientra in quella serie di quattro bolli, editi e discussi, che presentano prenome, gentilizio, patronimico, e la lettera Q. - a L.Cornelius L. f. Q. si aggiungono A.CAESELI.A.F.Q; P.CLAUDIVS.P.N Q; N. MACCIVS.L.F.Q (Palazzo 1996a, pp. 48-49 e 51); per la sigla Q. altrove ho ripreso lo scioglimento q(uaestor) [Silvestrini 1996, pp. 37-38]. Alla luce della evidenza analizzata nel presente contributo questa serie di bolli va cronologicamente accostata alla produzione aniniana più antica. Per la monetazione della colonia di Brindisi è ora disponibile una prima griglia conologica proposta da J. Prins, a partire dallo studio di 41 monete della colonia brindisina restituite dagli scavi di Valesio (Prins 1994, pp. 306-325; cfr. anche Burnett 1982, pp.127-128, che propone una cronologia tra la guerra annibalica e la prima metà del II sec.; Crawford 1985, p. 66 che prospetta una datazione tra la guerra annibalica e i primi decenni del secolo successivo). La serie con le iniziali L CORN appartiene, secondo la classificazione di Prins, all’ultimo gruppo di monete brindisine, caratterizzate da iniziali di nomi (magistrati?) sul diritto e da Taras che suona la cetra sul rovescio: per tale gruppo Prins propone una datazione successiva al 150, più precisamente 140-130 a.C. ca. E’ possibile affiancare a questa proposta una notizia preliminare di A. Travaglini, che ha in preparazione una pubblicazione completa della monetazione brindisina, la quale rilevando la differente tipologia di questo gruppo di monete (il giovane su delfino è rivolto a destra) e soprattutto il carattere ponderale (la moneta in questione è una semionciale leggermente ridotta) prospetta una datazione nella prima metà del II sec. a.C., preferibilmente nel secondo quarto (informazione di A. Travaglini, che ringrazio). Che i personaggi i cui nomi in sigla figurano sulle monete fossero magistrati è l’ipotesi tradizionale, ancorché non unanimemnte condivisa: questori sono documentati sulle monete della colonia latina di Copia, forse anche a Venosa. L’identità di prenome e gentilizio (L. Cornelius) tra il presumibile q(uaestor) il cui nome compare sull’anfora di tipo aniniano e il presumibile magistrato che segna la moneta brindisina in un ambito cronologico circoscritto autorizza a formulare l’ipotesi di identificazione dei due personaggi (Il confronto tra la sigla monetale L CORN e il bollo in questione era già stato suggerito da Manacorda 1994, p. 22, come possibile via di indagine; cfr. anche Silvestrini 1996, p. 38). Una più solida conferna dell’impostazione cronologica prospettata è possibile attendersi dalla completa pubblicazione della monetazione brindisina. (M.S)

Fenomeni di bilinguismo e bollatura delle anfore
La tipologia delle anfore mostra l’utilizzazione pressoché contemporanea della bollatura in caratteri greci e caratteri latini; emblematici i casi seguenti: Apelles di cui rimangono bolli in caratteri greci e latini sullo stesso tipo di anfora (Apani V, variante A: APELLH[S] (B2) e APELAES (C). Da notare la mancanza dell’epsilon lunata dei tre diversi punzoni in caratteri greci: a tale grafia del bollo greco corrisponde la forma arcaica latina Apelaes. Così per C. Aninius /Damas abbiamo bolli in caratteri greci e latini su anfore di tipo Apani VB: [G]AIOC AN[INI] associato sull’altra ansa dello stesso contenitore con il bollo DAMA (A) e C ANINI (B5) associato sull’altra ansa della medesima anfora con DAMAS (C); per Philemon lo stesso fenomeno su anfore di forma Apani II; per Soterichos, bolli greci e latini su anfore di forma Apani V: COTERIX (A) e SOTERICO (C). Nel caso dei bolli di cui abbiamo la sola versione greca è evidentemente possibile che quella latina non ci sia arrivata, ma non può escludersi che non fosse stata realizzata, così come per altri nomi servili conservati solo in latino la versione greca potrebbe anche non esser stata programmata.
Per quanto la bollatura nei due diversi caratteri sembra esser stata quasi contemporanea, non è dubbio che il prius sia rappresentato dal greco, che questa fosse la lingua madre di quanti bollavano nelle due lingue le “anfore aniniane”, e che nella prima fase della bollatura gli artigiani greci avessero una limitata padronanza del latino e del suo alfabeto. Lo mostra per esempio il caso già indicato di Apelles e di L.Aninius con V capovolta ed S retrograda. Il bollo L. ANINIVS è interessante anche sotto un altro profilo: sembrerebbe mostrare che L. Aninius non controllava direttamente la produzione; in altre parole può essere interpretato come un ulteriore segno di una produzione di notevole entità.
Intorno alla metà del II a.C., nell’ambito della produzione aniniana, si procedette alla bollatura delle anfore: il legame tra la precedente produzione non bollata (Apani, Forma I) e la successiva, già indicato con tutta evidenza dalla tipologia e dalle circostanze di rinvenimento, è confermato dal recupero di un unico esemplare con bollo L. Aninius (vd. supra) della produzione di Forma I. Tale bollatura prevedeva, almeno per una parte della produzione, che gli stessi bolli fossero in caratteri greci e in caratteri latini. (M. S).


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